Eni: l’inserzionista “benedetto” (ma inquinante) de L’Osservatore Romano

L’Osservatore Romano è certamente il giornale più autorevole del mondo cattolico: fondato nel 1861 viene diffuso in 129 paesi del mondo in sette lingue.
È il giornale ufficiale della Città del Vaticano e su internet è facilmente leggerlo gratuitamente in formato pdf.
Viene venduto al prezzo di 1 € ed all’interno non ci sono spazi pubblicitari ad eccezione di uno spazio in fondo all’ultima pagina a disposizione di Eni con testimonial il simpatico attore lucano Rocco Papaleo: per la compagnia energetica italiana è ovviamente un’ottima vetrina.
Eni era stata anche tra gli sponsor ufficiali del VII Incontro mondiale delle famiglie tenutosi a Milano dal 1 al 3 giugno alla presenza di papa Benedetto XVI.

Si penserebbe che la Santa Sede – ammettendo Eni come inserzionista unico del proprio quotidiano ufficiale – abbia vagliato l’attività dell’azienda a 360°.
Sebbene nell’area sponsor del sito del VII Incontro mondiale delle famiglie si legge che «la sua azione è orientata alla valorizzazione delle persone, a contribuire allo sviluppo e al benessere delle comunità nelle quali opera, a rispettare l’ambiente, a investire nell’innovazione tecnologica, a perseguire l’efficienza energetica e a mitigare i rischi del cambiamento climatico», il giudizio di Amnesty International sull’azienda italiana è un po’ diverso.

Nell’agosto 2004 in un documento di Amnesty International su “Diritti umani e petrolio in Nigeria” si invitavano «le imprese a valutare l’impatto delle loro attività sui diritti umani». Si ricordava inoltre che «la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani invita ogni individuo e ogni organo della società – che comprende le aziene e le imprese – a proteggere e promuovere i diritti umani» rimarcando che «nel quadro delle loro sfere di attività ed influenza, le aziende hanno responsabilità in relazione con gli interessi, la salute e la sicurezza, e dei diritti umani dei dipendenti e ai loro familiari, di partner commerciali, collaboratori e subappaltatori e delle comunità in cui operano».

Nel report di Amnesty International del 2010 sulla situazione dei diritti umani nel nostro Paese si leggeva che «una controllata della compagnia petrolifera italiana ENI (Agip, ndr) opera nel Delta del Niger, in Nigeria. Gravi violazioni dei diritti umani sono associate alle operazioni dell’industria petrolifera nel Delta del Niger, compresi i danni ambientali e l’inquinamento, che hanno minato i diritti al cibo, all’acqua potabile ed ai mezzi di sussistenza».
Sempre nello stesso report Amnesty International scrive che «mentre alcune compagnie petrolifere multinazionali – tra cui ENI – hanno messo in atto alcune misure per evitare che le loro attività causino violazioni dei diritti umani, queste misure sono insufficienti e non conformi in diversi casi alle norme internazionali sui diritti umani».
Per questo motivo Amnesty International ribadisce che «sia il governo dei paesi ospitanti (come la Nigeria) che dei paesi di origine delle imprese transnazionali (come l’Italia) hanno un ruolo da svolgere nel garantire che il comportamento aziendale non comporti violazioni dei diritti umani, e che siano adottate le misure per vincolare le aziende – sia a livello di sede centrale che sul campo – a dare spiegazioni delle azioni, decisioni o fallimenti che si traducono in violazioni dei diritti umani».

Una inchiesta di Report del 2009 aveva ben descritto come Eni – e le altre aziende petrolifere – inquinino l’area del delta del Niger con le fuoriuscite di petrolio dagli oleodotti con il conseguente avvelenamento delle falde acquifere, campi e corsi d’acqua delle popolazioni locali.
Con il gas flaring invece – ossia bruciare gas inutili nell’atmosfera – si crea un’enorme quantitativo di anidride carbonica.

Alcuni azionisti di Eni – guidati dalla Fondazione Culturale Responsabilità Etica (Banca Etica, fcre.it) e da Crbm – sono critici verso questi aspetti ed hanno chiesto durante l’ultima assemblea dei soci maggiore trasparenza riguardo l’impatto ambientale dell’azienda in Nigeria.

Godwin Ojo – direttore e cofondatore di Environmental Rights Action, una delle più importanti ong ambientaliste nigeriane – ha affermato che: «nonostante le sue dichiarazioni pubbliche, l’Eni ha fatto poco o nulla per ridurre il gas flaring. Con la mia organizzazione negli ultimi mesi siamo stati in grado di visitare varie comunità impattate da sversamenti di impianti dell’Eni nello Stato di Bayelsa. Purtroppo nei loro confronti non sono state accordate compensazioni, né si è proceduto a bonificare i terreni e i corsi d’acqua inquinati. Per quanto tempo ancora bisognerà assistere a questo ecocidio senza che le compagnie intervengano?».
Nel frattempo che questa domanda ottenga una risposta, l’Osservatore Romano continuerà ad avere Eni come suo unico inserzionista.

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