Bullismo nelle scuole: una professoressa condannata a 15 giorni di carcere per aver punito un allievo

La scuola sta lentamente riaprendo in questi giorni ma da Palermo arriva una sentenza che lascia perplessi.
Nel 2007 in una scuola media, due ragazzi impediscono ad un loro compagno di entrare in bagno schernendolo: «Tu non puoi entrare qui! Sei una femminuccia! Sei gay!».
L’apprezzata professoressa di lettere Giuseppina Valido interviene ed invita i due ragazzi a scusarsi: uno presenta le proprie scuse mentre l’altro si rifiuta.
Al rifiuto del ragazzo, la professoressa lo punisce invitandolo a scrivere per cento volte sul quaderno la frase «Sono deficiente». Il ragazzo esegue scrivendo «deficente» senza la «i»: segno che qualche deficienza grammaticale – oltre che di senso civico – c’era proprio.
Tornato a casa, racconta l’accaduto ai genitori che – invece di rimproverarlo e punirlo – decidono di denunciare la solerte insegnante.
In primo grado viene assolta ma la sentenza viene ribaltata in appello e confermata dalla Cassazione condannandola a quindici giorni di carcere per «abuso dei mezzi di correzione».
Secondo la sesta sezione penale della Cassazione gli insegnanti non possono rispondere con metodi prepotenti ad atteggiamenti di “bullismo” perché «finiscono per rafforzare il convincimento che i rapporti relazionali (scolastici o sociali) sono decisi dai rapporti di forza o di potere».

Alcune riflessioni sono necessarie. Sino a non molti anni fa gli insegnanti erano abituati ad usare mezzi di correzione ben più pesanti rispetto a quelli usati dalla professoressa siciliana e difficilmente i genitori avrebbero avuto qualcosa da ridire nei confronti del docente ma invece avrebbero pensato a punire severamente il figlio.
Questi ragazzi avevano insultato un loro compagno di classe con insulti omofobi e spesso si richiama il ruolo della scuola nella lotta all’omofobia: quale insegnante – dopo questa condanna – avrà il coraggio di intervenire per correggere i comportamenti sbagliati dei propri alunni? Sarà molto più facile (ed anche comprensibile) girarsi dall’altra parte.
Secondo la Cassazione il comportamento dell’insegnante ha finito «per rafforzare il convincimento che i rapporti relazionali sono decisi dai rapporti di forza o di potere». Non è forse vero che alcuni rapporti relazionali nella società sono decisi da rapporti di forza o di potere? Tutti noi obbediamo al poliziotto, al magistrato, al professore, al responsabile dell’ufficio e via dicendo proprio perché esiste un rapporto di forza o di potere. La scuola è proprio il primo luogo in cui ciascuno di noi ha imparato l’esistenza dei rapporti di forza esistenti nella società con la figura dell’insegnante in grado di fissare le regole della “società scolastica” stabilendo premi e punizioni.
Inoltre l’episodio è avvenuto in Sicilia, un territorio dove al potere dello Stato si contrappone quello di un'”anti-Stato” ossia la mafia: questa sentenza non incoraggia l’opinione che l’unica “autorità” da essere rispettata è quella mafiosa mentre quella dello Stato può tranquillamente essere ignorata?

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