I ridicoli “perché” dei cattolici per opporsi alle unioni civili

Gli attivisti dell’associazione cattolica Uccr (Unione cristiani cattolici razionali) pubblicano un articolo sulle unioni civili raccogliendo vari interventi (tutti – ad eccezione di uno – da Avvenire) contrari a questa introduzione.

Gli uccrociati riportano un articolo di Avvenire secondo cui le unioni civili sono richieste da coloro che «in nome di una libertà assoluta rifiuta il matrimonio (anche solo civile), che avrebbe il torto di regolarizzare il rapporto, ma cui va stretta anche la convivenza, che non dà alcun riconoscimento pubblico. Per chi, in definitiva, non accetta le responsabilità e i doveri di un vero matrimonio (civile o religioso che sia), ma ne esige tutti i diritti, nei confronti del partner, dei figli e dell’intera società. Diverso il caso delle coppie gay, che non sono spinte dalle stesse motivazioni ma che cercano con tale attestato di chiamare “matrimonio” la loro unione e “famiglia” la loro convivenza».
La critica dell’Avvenire sarebbe corretta se limitata alle coppie eterosessuali (che possono regolarmente sposarsi) ma ovviamente non per le coppie omosessuali a cui questo diritto è negato. Anche in Italia le associazioni per i diritti degli omosessuali preferiscono l’introduzione del matrimonio anche per le coppie per lo stesso sesso (con tutti i diritti e doveri annessi) piuttosto che una legge sulle unioni civili. Purtroppo in Italia non si è mai arrivati né ad introdurre il matrimonio omosessuale né una serie legge sulle unioni civili omosessuali (sul modello francese o tedesco ad esempio) anche per l’opposizione della stessa Conferenza episcopale italiana di cui Avvenire è organo ufficiale negando di fatto alle coppie omosessuali di accedere sia alle unioni civili che al matrimonio.

Sempre gli uccrociati riportano – con un po’ di confusione – il pensiero di Pietro Boffi, sociologo (anche se in rete non si trova il suo curriculum) e ricercatore dell’associazione cattolica Centro internazionale studi famiglia.
In merito all’approvazione del registro delle unioni civili a Milano, secondo Boffi con le unioni civili «avremo coppie sposate (in comune o in chiesa), coppie di fatto (i conviventi) e coppie di registro, quelle che vogliono guidare l’auto ma non prendere la patente!». Tale obiezione sarebbe valida qualora anche in Italia esistesse il matrimonio per le coppie dello stesso sesso o una legge sulle unioni civili. In mancanza di queste leggi (osteggiate entrambe dalla Chiesa) alcuni comuni – nell’ambito dei servizi di competenza comunale – hanno adottato dei registri per le unioni civili che non possono applicarsi solo alle coppie omosessuali (sarebbe incostituzionale) ma anche a quelle eterosessuali (nonostante queste possano accedere anche al matrimonio).

Boffi ha proseguito affermando che «occorre interrogarsi se la definizione di famiglia finora valida sia ormai vuota. Io sono convinto di no: maschio e femmina, un padre e una madre, sono categorie che non si buttano in un attimo, non possiamo ignorare l’intera psicologia dell’età evolutiva. Stiamo assistendo a una disarticolazione delle categorie mentali dell’umano».
Boffo – da sociologo – dovrebbe sapere che sicuramente la famiglia per come la conoscevamo sta avendo delle grandi modificazioni: sempre più coppie preferiscono non sposarsi (con tutte le conseguenze del caso), sempre più bambini nascono da coppie non sposate, ci sono sempre di coppie miste (ossia con almeno un partner non-italiano), aumentano il numero delle separazioni e dei divorzi.
Sebbene Boffi affermi che non si può ignorare «l’intera psicologia dell’età evolutiva» forse dovrebbe considerare che non si possono ignorare i diritti degli omosessuali i cui diritti trovano fondamento nella Raccomandazione n.1474/2000 del Consiglio d’Europa, nella Sentenza 30141/04 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nella Risoluzione di Strasburgo sui diritti e la dignità degli omosessuali del 2006sentenza 138/2010 della Corte costituzionale, nella risoluzione del 13 marzo 2012 sulla parità tra donne e uomini nell’Unione europea, nella sentenza 4184/2012 della Corte di Cassazione oltre – ovviamente – che nell’art. tre della Costituzione della Repubblica italiana.

Per Boffi inoltre «la famiglia non è solo il luogo degli affetti, ma si regge su un patto che garantisce davanti a tutta la società due cose: la stabilità e la procreazione. Da sempre la procreazione è un fatto sociale, esce da un aspetto meramente privato. Ecco perché il matrimonio è un istituto giuridico».
La questione è più complessa. Certamente Boffi ha ragione quando afferma che la procreazione è anche una funzione sociale e – non a caso – i costituenti diedero tutela alla maternità con l’art. 30 della Costituzione. Allo stesso modo la procreazione non è l’elemento istitutivo e fondante del matrimonio così come rileva anche la Corte costituzionale nella citata sentenza 138/2010.

Boffi conclude affermando «occorre chiedersi quanto è utile a noi come società aprire a relazioni deboli, prive di stabilità e di tutele che invece il matrimonio (civile o religioso) garantisce. Perché promuovere un basso impegno e un basso profilo che non giovano a nessuno? Chi non vuole legami, basta che usufruisca delle leggi di diritto privato che già ci sono». Questa obiezione potrebbe essere valida solo nel caso delle coppie eterosessuali che – attualmente – sono le uniche che possono sposarsi. Coerenza vorrebbe che – davanti all’obiezione verso le unioni civili – ci fosse un forte impegno verso l’introduzione del matrimonio omosessuale. La stessa coerenza che purtroppo manca alla Chiesa cattolica.

Gli uccrociati riportano anche l’opinione della psicologa Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, secondo cui l’adozione di un figlio da parte delle coppie gay «provocherà danni molto gravi a questi minori».
Questo intervento è significativo di quanta confusione ci sia in materia di matrimonio ed adozione omosessuale. Come ha anche affermato la Corte costituzionale nella citata sentenza 138/2010 il matrimonio omosessuale e l’adozione sono due istituti totalmente separati e l’adozione è «un diritto distinto rispetto a quello di contrarre matrimonio, tanto che alcuni ordinamenti, pur introducendo il matrimonio tra omosessuali, hanno escluso il diritto di adozione. In ogni caso, la disciplina di tale istituto nell’ordinamento italiano, ponendo l’accento sulla necessità di valutare l’interesse del minore adottando, rimette al giudice ogni decisione al riguardo».
Ad ogni modo bisogna rilevare che l’Associazione Italiana di Psicologia ricorda che «le affermazioni secondo cui i bambini, per crescere bene, avrebbero bisogno di una madre e di un padre, non trovano riscontro nella ricerca internazionale sul rapporto fra relazioni familiari e sviluppo psico-sociale degli individui» e che «non sono né il numero né il genere dei genitori – adottivi o no che siano – a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano».
Allo stesso modo è importante mettere in evidenza che i figli con genitori omosessuali sono una realtà già diffusa (ma non famosa) nel nostro Paese. Una ricerca realizzata nel 2005 da Arcigay e dall’Istituto superiore di sanità stimava in 100.000 i bambini e ragazzi italiani con almeno un genitore omosessuale: considerando anche i genitori si otterrebbe la popolazione di una città come Venezia. Essendo la ricerca del 2005 questa stima oggi sarà di certo superiore: molte di queste famiglie sono riunite nell’associazione “Famiglie Arcobaleno”.

In un simile dibattito gli uccrociati non potevano far mancare la voce del teologo. In questo caso si tratta di Giancarlo Grandis, docente di Teologia morale alla Facoltà del Triveneto, il quale ha ricordato che «il matrimonio ci si realizza nell’alterità vera, cioè nell’altro come diverso da me. Qualcuno sostiene la necessità di un registro per le unioni di fatto come garanzia per le coppie che non intendono vincolarsi tra loro con un matrimonio, ma che ne esigono gli stessi diritti. La questione da porre alla base di questa discussione è: i diritti si fondano sui desideri?».
Con tutto il rispetto per l’opinione di Giancarlo Grandis, forse una raccomandazione ed una risoluzione dell’Unione europea, tre sentenze di diversi tribunali italiani ed internazionali ed un articolo della Corte costituzionale dovrebbero essere un elemento ben più forte per stabilire la fondatezza del matrimonio omosessuale (o al limite delle unioni civili).
Allo stesso modo è molto facile rispondere alla sua domanda “i diritti si fondano sui desideri?”. In un qualsiasi stato di diritto compito dello Stato è garantire i diritti degli individui qualora questi diritti non si scontrino con altri ritenuti più importanti: nel caso del matrimonio omosessuale questi diritti non ne ledono altri come ha inoltre stabilito la Corte costituzionale e la Corte di cassazione.

Un discorso molto più attinente alla questione viene dalla giurista Anna Danovì secondo cui «due persone eterosessuali che convivono hanno già tutti i riconoscimenti: i loro figli godono degli stessi diritti degli altri, se uno dei due muore l’altro ha diritto al trasferimento del contratto d’affitto, eccetera. Direi che solo per gli omosessuali c’è un salto effettivo». Non è esattamente vero che i figli delle persone non sposate hanno gli stessi diritti dei figli delle coppie sposate. Infatti i figli delle coppie non sposate non hanno rapporti di parentela “legali” (ossia riconosciuti dallo Stato) verso gli altri ascendenti (i nonni, etc.) con rilevanti conseguenze in caso di eredità o di adozione nel caso entrambi i loro genitori dovessero morire. Ad ogni modo la giurista Danovì ammettendo «che solo per gli omosessuali c’è un salto effettivo» riconosce quanto sia importante introdurre in Italia il matrimonio omosessuale (o le unioni civili) a tutela delle coppie dello stesso sesso.

Gli uccrociati riportano anche il contributo del professor Alberto Gambino ordinario di Diritto Privato e di Diritto Civile presso l’Università Europea di Roma (università della congregazione dei Legionari di Cristo) secondo cui non sarebbe possibile approvare il matrimonio omosessuale perché «il nostro matrimonio è fondato sulla distinzione tra i sessi. Sarebbe altresì necessario un massiccio intervento di modifica del Codice Civile, oltre che dell’articolo 29 stesso; il quale, a sua volta, si richiama alla concezione del matrimonio presente nel Codice Civile all’epoca vigente, nel ’42, ove veniva messa in risalto proprio la differenza di sesso».
Il professor Gambino ha ragione a ritenere che il matrimonio così come previsto dalla Costituzione è quello eterosessuale in quanto i costituenti non avevano di certo preso in considerazione il matrimonio omosessuale ma – allo stempo bisogna ricordare – che nella citata sentenza la Corte costituzionale rileva che «i concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere “cristallizzati” con riferimento all’epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, perché sono dotati della duttilità propria dei princìpi costituzionali e, quindi, vanno interpretati tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell’ordinamento, ma anche dell’evoluzione della società e dei costumi».
Sicuramente sarebbe necessario modificare l’art. 29 del Codice civile mentre non si capisce quali altri articoli del Codice civile debbano essere cambiati. A riguardo infatti è stato presentato il quattro luglio 2012 alla Camera un disegno di legge (iniziativa dei deputati Di Pietro, Donadi e altri) teso proprio a modificare alcuni articoli del Codice civile per permettere il matrimonio civile anche a coppie dello stesso sesso.

Insomma la visione degli uccrociati (oltre che delle gerarchie vaticane) è ben riassunto dal titolo del loro articolo “No alle unioni civili (per etero e omo): ecco alcuni perché”. Ovviamente – con buona pace dei diritti civili e dei diritti dell’uomo – questo “no” non avviene solo verso le unioni civili ma anche verso il matrimonio per le coppie dello stesso sesso negando pienezza di diritti alle coppie eterosessuali. I loro “perché” sono abbastanza ridicoli ma rendono bene l’idea di quale sia il livello di chi si oppone ai diritti della comunità lgbt.

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2 pensieri su “I ridicoli “perché” dei cattolici per opporsi alle unioni civili

  1. Alessandro Galvani

    Ho notato come dalle motivazioni cattoliche siano scomparsi improvvisamente due anni fa tutti i riferimenti morali.
    Ora citano solo problemi legislativi e di ordine pubblico (cosa succede agli altri se approviamo questi matrimoni).
    Tralascio le stupidaggini senza prove di quella rancorosa della psicoterapeuta sui danni psicologici ai figli di coppie gay. Non e’ la prima volta che fa dichiarazioni senza supporto.
    Ma mi fa sorridere invece la grettezza umana del teologo Giancarlo Grandis che ricorda che «il matrimonio ci si realizza nell’alterità vera, cioè nell’altro come diverso da me…»
    Ma certo, e’ ovvio che ogni coppia sia basata su questo principio. Io sono radicalmente diverso dal mio fidanzato, abbiamo storie, famiglie, biografie, esperienze, approcci totalmente diversi.
    E’ mai possibile che i teologi cattolici siano cosi’ umanamente rozzi da considerare come diversita’ solamente la differenza tra due inguini? Che razza di famiglie costruiscono su queste basi?
    E’ la sola diversita’ che riescono a concepire? Che razza di visione sessuo-maniacale della vita familiare.

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    1. Cagliostro Autore articolo

      Ciao Alessandro,
      non avevo fatto caso che dalle motivazioni cattoliche siano scomparsi i riferimenti morali però allora non seguivo il dibattito come cerco di fare ora.
      A me sembra che il dibattito da parte cattolica sia di livello veramente basso (ma a livello di Fossa delle Marianne). Non mi riferisco solo a quella rete di soggetti e soggettucoli cattolici (Uccr e Pontifex in primis che rappresentano la parte più fondamentalista) che animano il web ma anche – e soprattutto – a soggetti da cui ci si aspetterebbe un livello un po’ più alto: Avvenire e Tempi ad esempio.
      Anche dalla parte laica comunque vedo che ci sono degli approcci un po’ troppo personalistici che non dovrebbero trovare spazio nel dibattito politico.
      Il teologo è incommentabile per un semplice motivo: non credo che motivazioni di natura teologica siano rilevanti nel dibattito politico-giuridico. Purtroppo Avvenire è costretta ad usare anche queste: c’è da prenderne atto.

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