L’austerità dei Mormoni e degli Ortodossi imbarazza la Chiesa cattolica

Lo Stato italiano dopo aver firmato e trasferito in legge dello Stato l’intesa con mormoni, ortodossi ed apostolici si appresta a siglarla anche con la Congregazione cristiana dei testimoni di Geova, l’Unione buddhista italiana e l’Unione induista italiana.
Così come avvenuto precedentemente non sarà necessario un passaggio in aula del testo ma sarà sufficiente l’approvazione in Commissione affari costituzionali quindi sarà facile che si arrivi al provvedimento prima dello scioglimento del Parlamento.
Successivamente i musulmani resterebbero gli unici a non aver un’intesa con lo Stato italiano. Secondo la Lega musulmana mondiale i musulmani presenti in Italia sarebbero circa 1,2 milioni (pari al 2% della popolazione), i testimoni di Geova conterebbero circa 243.000 aderenti (o,6 per cento) mentre i Buddisti sarebbero circa 100.000 (0,3 per cento).
L’intesa con queste nuove confessioni avrà effetti anche per l’8 per mille perché i contribuenti avranno un ventaglio più ampio di culti per cui firmare anche se i mormoni hanno scelto di non ricevere nessun tipo di contributo. Gli effetti comunque saranno minimi considerato che queste religioni (tranne i musulmani) non hanno un largo seguito in Italia. Ciò nonostante c’è qualche imbarazzo anche per la Cei.
Come scritto, i mormoni – sebbene ne abbiano diritto – hanno scelto di non accedere ai fondi dell’8 per mille: in passato anche i battisti avevano questa posizione ma da quest’anno hanno cambiato idea.
I mormoni – come gli ortodossi – inoltre hanno deciso di non iscriversi al fondo di previdenza per i ministri di culto e tengono a precisare che i loro preti svolgono la loro attività a titolo totalmente gratuito.
Questa posizione ha attirato l’attenzione della Cei ed Avvenire ha pubblicato un articolo dal titolo “Ortodossi, un’intesa differente”: «La mancata previsione nell’intesa di un obbligo assicurativo – inserito invece nei rispettivi accordi con la Chiesa cattolica e nelle intese con altre confessioni – potrebbe porre un interrogativo sul vincolo di solidarietà sociale sul quale è fondata la previdenza e, nella specie, quella dei religiosi. Infatti tutte le intese prevedevano finora, con termini pressoché identici, la tutela dello Stato in materia di assistenza spirituale, istruzione, matrimoni, edilizia di culto ecc. mentre, per la prima volta, compare una diversità in materia di previdenza, essendo alcune confessioni esentate dall’obbligo delle assicurazioni sociali. Potrebbe quindi configurarsi una disuguaglianza tra le confessioni religiose costituzionalmente riconosciute. Non ultima – essendo la previdenza un diritto individuale del cittadino – potrebbe apparire anche una disparità fra gli stessi ministri, potendo alcuni aderire oppure sottrarsi alla tutela della previdenza, anche solo per una immediata convenienza economica».
La posizione di Avvenire ci pone davanti ad alcuni interrogativi.
La Chiesa ha infatti sempre sostenuto l’importanza della libertà religiosa: se una confessione decidesse di non ricevere previdenza sociale dallo Stato, quest’ultimo non dovrebbe rispettare questa posizione?
Perché la Cei rivolge la sua attenzione solamente al rifiuto di ortodossi e mormoni di accedere alla previdenza sociale e non menziona il rifiuto di questi ultimi di partecipare alla ripartizione dei fondi dell’8 per mille? Forse perché nel caso dell’8 per mille la presenza di più religioni significherebbe un minor gettito per la Chiesa cattolica?
Avvenire scrive di «disuguaglianza tra le confessioni religiose costituzionalmente riconosciute» ma proprio l’articolo 8 della Costituzione prevede che «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano». Nel momento in cui una confessione decida – in totale libertà – di non ricevere un contributo questa posizione sarebbe perfettamente in linea con la Costituzione e con il nostro ordinamento giuridico.
Secondo l’organo della Cei alcuni ministri di culto potrebbero «aderire oppure sottrarsi alla tutela della previdenza»: in questo caso non vale il diritto di “obiezione di coscienza” tanto propugnato dalla Chiesa cattolica?
Ironico anche che il quotidiano dei vescovi ponga l’attenzione sull’uguaglianza tra le religioni: proprio ieri L’Osservatore Romano scriveva che il presidente Obama dovrà ascoltare le istanze delle varie confessione religiose con «Chiesa cattolica in testa». In quel caso non vale il principio dell’uguaglianza religiosa?
Invece, come scrive anche ItaliaOggi il 7 novembre, «Non sarebbe, invece, il caso di lodare questo piccolo, davvero piccolo, spazio di libertà individuale sottratto allo statalismo della previdenza obbligatoria?»

 

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