Nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo….ma non nel cognome della madre.

L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a garantire anche alle madri la possibilità di dare il proprio cognome al figlio: una sentenza che è stata accolta con favore in tutto lo scenario politico (come se sia necessario aspettare i richiami di Strasburgo per aggiornare la nostra legislazione). A seguito della sentenza, il Consiglio dei ministri ha deciso di garantire questo diritto in caso ci sia l’accordo da parte di entrambi i genitori.
Una notizia accolta – come detto – con favore da tutte le forze politiche nonostante all’interno del mondo cattolico non sono mancate le critiche.
Il primo ad esprimere il suo allarmismo, con un’intervista su Tempi, è Giancarlo Cerrelli, vicepresidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani (Ugci), secondo cui la decisione di Strasburgo «crea disordine e contrappone uomo e donna».
Una sentenza che per Cerrelli desta «sospetti» con conseguenze «che possono essere pericolose» ed «ingerenze (…) che mettono in discussione la modalità con cui l’Italia dall’epoca romana garantisce l’ordine delle generazioni». In effetti dall’epoca romana poco o nulla è cambiato all’interno della famiglia.
Per il giurista cattolico depotenziando la figura paterna si andrà a «dividere l’uomo dalla donna (e) far sì che il padre e la madre si debbano trovare a discutere anche circa la scelta del cognome del figlio». Quello della scelta del nome e del cognome da dare al nascituro diventa l’argomento su cui Marcella Manghi, su Sussidiario.net, riesce addirittura ad inventare una storia di fantasia.
L’indebolimento dell’uomo e la possibilità di nuovi conflitti familiari sono al centro delle considerazioni per un intervento sulla Nuova Bussola Quotidiana di Alfredo Mantovano, ex sottosegretario di Stato del Ministero dell’Interno ed ex parlamentare del Pdl. Per Mantovano l’uomo diventerebbe «qualcosa di così secondario da non poter lasciare traccia, mentre la nominale unità familiare è un orpello della tradizione, in quanto tale da cancellare» mentre la sentenza «ha introdotto una nuova occasione di contenzioso che non semplificherà i rapporti all’interno delle famiglie».
Cerrelli, Manghi e Mantovano hanno ragione: perché dare ai coniugi la possibilità di litigare? Perché complicare i rapporti tra moglie e marito? Basterebbe che, per legge, ogni decisione sulla famiglia sia presa dall’uomo. D’altronde lo sappiamo: l’uomo è superiore alla donna e l’ordine delle generazioni è lo stesso dall’epoca romana. O forse no?

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